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0101 Fabien Benuzzi, Committenze europee di scultura veneziana nel Settecento. Una panoramica e alcune ipotesi di lavoro

RIHA Journal 0101 | 23 Dec 2014 | Special Issue "Collecting Italian Art North of the Alps"

Committenze europee di scultura veneziana nel Settecento. Una panoramica e alcune ipotesi di lavoro

Fabien Benuzzi

Peer review and editing managed by:

Martin Olin, Nationalmuseum, Stockholm

Reviewers:

Francesco Freddolini, Stefano Grandesso

Abstract

Research on the European success of Venetian art during the 18th century has above all examined the activity of the painters. This paper analyzes the works of Venetian sculptors through some important case studies. Attention is given to several commissions of sculpture from Russia (among them works ordered by Peter the Great from 1719 to 1723), German states (Prussia, Saxony and Bavaria), Sweden and England. The analysis also concerns Venetian intellectuals who played the roles of mediators, such as Anton Maria Zanetti and Francesco Algarotti. The comparative study of these commissions allows us to formulate hypotheses about who were the most praised sculptors and whether there was a taste for specific artistic tendencies. It seems, for example, that British clients mainly appreciated classical sculptors like Antonio Gai and Giovanni Marchiori, in contrast to other countries, where also baroque artists were valued. The article also notes the case of Antonio Corradini, who operated for several years abroad, in Vienna and Dresden. There is finally also the attempt to outline some ideas and starting points for further research on this topic; among them an enquiry about taste for Venetian baroque sculptures in the 19th and 20th centuries.

Contents



Introduzione

  1. Grazie alle ricerche degli ultimi decenni, numerosi progressi sono stati compiuti nel campo della scultura veneziana tra Sei e Settecento; i pionieristici tentativi di sistemazione da parte di Camillo Semenzato, quando la materia era ancora "terra incognita"1, sono stati in seguito ulteriormente affinati dai contributi successivi che hanno portato alla ricostruzione dei cataloghi dei principali scultori attivi sulla scena lagunare dal barocco fino all'avvento di Canova.2 Tra i vari temi suscettibili di un ulteriore approfondimento, appare di particolare interesse un'indagine sul collezionismo e la ricezione di queste opere in Europa; se la scuola veneziana di pittura riscosse nel Settecento notevole successo oltre i confini della Serenissima anche grazie ai viaggi di pittori come Sebastiano Ricci, Giambattista Tiepolo, Pietro Antonio Rotari o la vendita ai turisti inglesi delle vedute di Canaletto, si sviluppò parimenti un gusto per la scultura veneta presso importanti clienti europei. L'esempio più celebre, e allo stesso tempo meglio studiato, è indubbiamente quella dello zar Pietro il Grande, che ordinò un vero e proprio "esercito di statue" per la decorazione del Giardino d'Estate a San Pietroburgo e di parchi di residenze reali come Peterhof o Puškin. Le vicende di questa commissione, avvenuta tra 1716 e 1725, sono state ricostruite da Oleg Neverov e soprattutto da Sergei Androsov, che redasse il catalogo delle sculture giunte in Russia.3 Questo caso di committenza non rimase isolato e il gusto per la statuaria veneta si diffuse velocemente anche in altri stati europei. Il presente contributo intende quindi tracciare la situazione attuale degli studi in materia, presentando un breve excursus attraverso le commissioni e fornendo alcuni spunti preliminari per ricerche successive che avranno l'obiettivo di analizzare in via comparativa la tipologia di committenti e destinatari, eventuali predilezioni per uno stile o artista e infine le vie del commercio, focalizzandosi sul ruolo avuto da agenti e mediatori. Meritevoli di una ricerca, ma esulanti dal presente tema, sono poi le sculture entrate solo in un secondo tempo in collezioni estere tramite il mercato antiquario. Non verranno parimenti trattati casi di committenza in territorio alpino, tra i quali si possono ricordare le sculture inviate in Carinzia e Stiria rispettivamente da Giovanni Marchiori e Giovanni Maria Morlaiter.4 Si è infine deciso di escludere dal presente contributo Antonio Canova, per via della vasta bibliografia già esistente sulla sua fama europea e per la sua appartenenza ad una diversa stagione artistica rispetto a quella vissuta dai suoi predecessori a Venezia.5

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Le commissioni dei sovrani europei: Luigi XIV, Pietro il Grande e Augusto il Forte

  1. Il primo caso di una committenza europea è riportato da Tomaso Temanza nel suo Zibaldon; secondo l'architetto, autore di preziosi appunti sugli artisti veneziani di Sei e Settecento, il re di Francia Luigi XIV avrebbe commissionato sul finire del Seicento a vari scultori veneziani copie di celebri sculture dell'antichità da destinare a Parigi. Temanza non precisa soggetto e scultori prescelti ricordando soltanto che Francesco Cabianca ed Heinrich Meyring non consegnarono le opere in tempo. Rimaste nello studio degli scultori, vennero poi acquistate dalla famiglia Corner, nel cui palazzo è tuttora conservato una versione dell'Antinoo capitolino opera di Cabianca; a questa commissione è stato poi plausibilmente ricondotto un Ercole Farnese, firmato da Giovanni Comin nel Giardino delle Tuileries.6 Per via della pedissequa fedeltà all'antico insita nello status di copia, la commissione non si può certamente motivare con una predilezione per la 'maniera' veneziana e appare allo stesso tempo curioso che la commissione non fosse stata affidata ai pensionnaires dell'Académie de France a Roma, spesso impegnati come copisti di opere antiche per il sovrano come accadde per i giardini di Versailles. Al riguardo, Massimo De Grassi ipotizza che tale scelta potesse essere dovuta essenzialmente ai bassi prezzi della sculture in vendita a Venezia,7 ma probabilmente la ragione è da ricercarsi altrove, visto che difficilmente uno scultore attivo in laguna era più economico di un giovane pensionnaire; allo stesso modo, le commissioni affidate dal Re Sole ad un altro scultore già affermato come il fiorentino Giovanni Battista Foggini rendono improbabile tale ipotesi. Il basso prezzo praticato dagli scultori veneziani trova tuttavia conferma a più riprese nella corrispondenza tra lo zar Pietro il Grande e il suo agente a Venezia Savva Lukič Vladislavič detto Raguzinskij (il Raguseo, dal nome della sua città natale), che gli procacciò numerose opere acquistate in laguna. Nonostante il sovrano fosse in realtà maggiormente interessato alla scultura classica, trovò tuttavia conveniente rivolgersi ad artisti veneziani contemporanei proprio per via del prezzo sorprendentemente basso dei loro lavori.8 Molto probabilmente giocarono un ruolo non secondario anche i canali diplomatici sviluppatisi tra la Russia e la Repubblica Veneta a partire dagli ultimi anni del Seicento, sia a carattere militare (alleanza contro i Turchi) che commerciale, grazie al ruolo svolto da vari diplomatici tra cui l'agente Petr Beklemišev, anch'egli attivo nell'acquisto di opere d'arte.9

  2. Appare poi di un certo interesse verificare se vi fosse da parte del committente un'effettiva preferenza per una determinata corrente artistica. Detto della predilezione dello zar per la scultura classica, possiamo notare come gran parte dei soggetti raffigurati nelle opere commissionate erano ispirati all'antico, fossero figure mitologiche, busti imperiali e di matrone. La scelta degli artisti appare invece molto varia; lavorarono infatti per la Russia quasi tutte le botteghe allora attive in Veneto presentanti linguaggi stilistici anche distanti tra di loro, dai 'barocchi' Bonazza al classicizzante Torretti. L'unico criterio seguito da Raguzinskij sembra essere stata la necessità di ricevere in breve tempo le opere e probabilmente per tale ragione ricevettero incarichi anche figure di secondo piano, come i tuttora poco conosciuti Bortolo Modolo e Giovanni Zorzoni. Tra le sculture pervenute vi sono in seguito diversi busti attribuiti a Michele Fabris detto l'Ongaro; il fatto che quest'ultimo fosse già morto al momento della commissione pietroburghese rivela come venisse parimenti perseguita anche una politica di acquisti sul mercato artistico complementare agli incarichi affidati direttamente agli scultori.10 Gli artisti maggiormente apprezzati sembrano essere tuttavia stati due 'classicisti', l'artista di origine il carrarese Pietro Baratta e Antonio Tarsia. Il primo, autore anche di numerosi busti, riscosse notevole credito presso la corte russa tanto da venire nominato, secondo quanto riferisce Temanza, "scultore di Moscovia", diventando poi il maestro di due giovani scultori espressamente raccomandati dallo zar (Fig. 1).11 Tarsia venne molto apprezzato anche per le sue statuine dall'antico, alcune delle quali commissionate dalla moglie di Pietro Ekaterina (attualmente disperse tra l'Ermitage, il museo di Serpuchov e il Museo Nazionale di Minsk).12 Sul finire del secondo decennio del Settecento, un'altra importante commissione estera, voluta dal principe elettore di Sassonia e re di Polonia Augusto il Forte, coinvolse scultori veneziani, questa volta affiancati da artisti francesi e altri operanti a Roma; ad essere impiegati tra il 1719 e 1723 furono i sempre apprezzati Baratta e Antonio Corradini assieme al misterioso Filippo Catasio.13 Le opere, originariamente pensate per il giardino del palazzo olandese a Dresda, furono poi collocate nel 1728 nel Grosser Garten, sempre nella stessa città in riva all'Elba; le vicende conservative furono tuttavia alquanto travagliate a causa soprattutto dell'assedio subito dalla città nel 1760 a cui seguirono numerose alienazioni di sculture durante l'Ottocento. Le fattezze delle opere formanti la collezione, che comprendeva anche antichità, ci sono tuttavie note grazie alla serie di incisioni raccolte nel 1733 dal barone Raymond Leplat, responsabile delle collezioni reali.14 Grazie a queste riproduzioni conosciamo l'aspetto perdute allegorie del Baratta (Gloria, Valore, Magnificenza, Magnanimità), che appaiono molto simili alle opere inviate in Russia.15 Maggiore fortuna hanno invece avuto i vasi e i gruppi di Antonio Corradini; alcuni di loro, tra cui il Tempo che scopre la Verità, sono rimasti a Dresda mentre altri tre sono conservati tra il Victoria and Albert Museum (Fig. 2) e il castello di Ferrières-en-Brie, nei pressi di Parigi. Una vecchia foto, pubblicata da Monica De Vincenti, mostra infine Arianna e Bacco, conservato in una dimora privata scozzese.16

1 Pietro Baratta, Allegoria della Pace di Nystad, 1722, marmo, 175 cm, Giardino d'Estate, San Pietroburgo (© Autore)