Skip to content. | Skip to navigation

0239 Giuseppe Bonaccorso, La chiesa dei Ss. Faustino e Giovita dei Bresciani a Roma

RIHA Journal 0239 | 30 March 2020

La chiesa dei Ss. Faustino e Giovita dei Bresciani a Roma

La storia dell’area del palazzo dei Tribunali tra contese e progetti: da Bramante a Carlo Fontana

Giuseppe Bonaccorso

Abstract

The church of Ss. Faustino and Giovita in Rome was built by the Brescian confraternity in 1575, after they obtained the necessary papal permit for an intervention within the ruins of an unfinished palace of justice (palazzo dei Tribunali) by Donato Bramante. This space played an important role in Rome’s public life, as during the sixteenth century theatrical productions were staged within its walls and one of the first Tiber traghetto dockings was situated nearby. The Brescian community also established a national hospice within the ruins, which was demolished, together with their church, during the late nineteenth-century rebuilding of the Tiber banks. This paper investigates the notion of identity of the Brescian "Nation" (the city of Brescia being ruled by the Republic of Venice, which itself was represented in Rome through different buildings and institutions). It focuses on the activity of Carlo Fontana, the official architect of both the Serenissima and the Brescian confraternity, who designed the new façade of the church of Ss. Faustino and Giovita, as well as many new features of the Venetian embassy in Rome, now known as Palazzo Venezia. Fontana also designed projects in Brescia and neighbouring towns such as Bergamo and Como, as well as different projects in the Veneto, which will be explored here from a comparative perspective.

Una premessa programmatica

[1] La demolita chiesa dei Ss. Faustino e Giovita dei Bresciani che si trovava nei pressi di via Giulia a Roma (fig. 1), ha diversi motivi di interesse storico-artistico: il luogo di edificazione, la committenza e l’architetto che ne ha realizzato la facciata nella seconda metà del XVII secolo.

1 Area del palazzo dei Tribunali a Roma poco prima della demolizione della chiesa dei Ss. Faustino e Giovita (o S. Anna) dei Bresciani per la realizzazione degli argini del Tevere, 1866 (da Domenico Gnoli, „Il palazzo di Giustizia di Bramante”, in: Nuova Antologia, 16 aprile 1914, 569-581)

[2] In primis, si prenderà in considerazione il luogo dove la chiesa venne eretta, e cioè gli affascinanti ruderi moderni del palazzo dei Tribunali. L’ampio edificio, promosso da Giulio II della Rovere (1503–1513), doveva contenere i più importanti tribunali della Curia e della città ed era caratterizzato da una torre centrale, quattro torri angolari e una retrostante cappella con cupola visibile solo dal fiume. L’ambizioso programma edilizio, a causa della morte del pontefice, fu però interrotto al livello delle gigantesche bugne del piano terreno tuttora in parte visibili.1 Quello che rimaneva della costruzione, nel corso della seconda metà del Cinquecento era divenuto familiare ai romani sia per l’utilizzo pubblico delle strutture superstiti della cappella (all’interno della quale si tenevano spettacoli teatrali), sia per l’approdo dei traghetti, questi ultimi impiantati a Roma da Francesco del Nero (1487–1563) su concessione rilasciata da Leone X de’ Medici (1513–1521) ed estesa ai suoi discendenti.2

[3] Come secondo e centrale motivo di interesse, certamente va annoverata la committenza, che era identificabile nella Compagnia dei Bresciani (o Nazione bresciana come qualche volta denominata), la quale fu promotrice della trasformazione tra il 1575 e il 1578 della cappella dell’incompiuto palazzo di Donato Bramante (1444–1514) in una chiesa dedicata ai Ss. martiri Faustino e Giovita.

[4] L’altro argomento di interesse è la scelta del progettista per la definitiva trasformazione d’uso di questi spazi, ancora una volta, da ludici in sacri, e cioè di Carlo Fontana (1638–1714). Il ticinese al contempo era l’architetto della Serenissima a Roma (e in parte anche a Venezia), ma soprattutto era il regista di consistenti lavori edilizi nelle chiese dei veneziani, dei bresciani e dei bergamaschi a Roma e nelle principali chiese riedificate o completate nelle città di origine. Degno di considerazione è anche il ruolo che Fontana rivestiva come “architetto” di molte chiese nazionali che si affacciavano su via Giulia: tale considerazione prefigura strategie più ampie come si vedrà in seguito.

L’importanza del sito coincidente con i ruderi del palazzo dei Tribunali

[5] Per iniziare la ricostruzione di una storia progettuale complessa, rimasta a lungo un’ipotesi sospesa, è necessario partire da una ricognizione storiografica del sito della chiesa dei bresciani, poiché era posto all’interno del perimetro del parzialmente edificato palazzo dei Tribunali.3 In particolare l’area coincideva con i resti della bramantesca cappella del palazzo, in parte realizzata nelle fondazioni e in alzato, che si doveva dedicare a S. Biagio (fig. 2).

2 La cappella del palazzo dei Tribunali, particolare da Étienne Du Perac, Nova Urbis Romae Descriptio, Roma 1577

[6] Giorgio Vasari (1511–1574), nell’edizione delle Vite del 1568, illustrò molto bene le caratteristiche della costruzione iniziata tra il 1506 e il 1508 circa:

Onde Bramante diede principio al palazzo ch’a San Biagio sul Tevere si vede, nel quale è ancora un tempio corintio non finito, cosa molto rara, ed il resto del principio di opera rustica bellissimo; che è stato gran danno che una sì onorata ed utile e magnifica opra non sia finita, ché da quelli della professione è tenuto il più bell’ordine che si sia mai visto in quel genere.4

[7] Dopo l’interruzione dei lavori nel 1511 e la morte di Giulio II nel 1513 si susseguono una serie di iniziative che avevano per fine l’acquisto di porzioni di terreno, interne all’area del palazzo, per la costruzione di edifici che avevano destinazioni diverse rispetto alla tipologia originaria di palazzo di giustizia. La prima testimonianza è datata 1519, quando la Camera Apostolica cede parte dell’area, destinata originariamente ai Tribunali, a Francesco del Nero, il quale vi sistema “casette di speculazione”.5 Tale intervento, come vedremo avanti, è connesso anche all’appalto del traghetto contiguo al palazzo bramantesco. Negli anni successivi, alcune operazioni edilizie, non tutte andate in porto come nei progetti originari, hanno visto per protagonisti Giovanni Pietro Crivelli, Don Miguel da Silva e Ottavio Cesi.6 La struttura preesistente venne quindi di fatto “sottoutilizzata”, grazie anche a finalità improprie di intere porzioni delle sue aree inedificate, a tal punto da giustificare dopo il sacco di Roma e la peste del 1527 l’impiego del sito come luogo di sepoltura.

[8] Va comunque notato che dalla metà del secolo, e prima della concessione nel 1575 alla comunità dei Bresciani di parte della costruzione bramantesca, vengono promosse diverse iniziative da parte di privati e di pontefici per rivitalizzare l’area. In questo senso, ancora la fabbrica della cappella diviene il centro di un progetto alternativo essendo adibita per lungo tempo a rappresentazioni teatrali, accentuando in tal modo uno dei caratteri cinquecenteschi – quello spettacolare – di via Giulia. Se si segue un’analisi più dettagliata, si nota come a partire già dagli anni trenta del Cinquecento, l’elevato numero di concessioni dimostra un’attività modesta, ma significativa, di interventi: il 18 marzo 1538 la Camera Apostolica concedeva a Giovanni Maria de Radis il suolo per edificare una casa; il 7 ottobre 1541 veniva concessa a Giovanni Gaddi una fornace per la produzione della calce; il 17 ottobre 1547, Nicola Mancio (che aveva effettuato diversi interventi di bonifica dell’area) aveva richiesto la concessione di un terreno presso l’antica chiesa di S. Biagio della Pagnotta, in direzione del Tevere e attiguo al perimetro del palazzo dei Tribunali, ottenendone il suolo ad uso mulino.7

[9] Decisamente più interessanti le concessioni successive. Infatti, il 9 dicembre del 1547 Paolo III Farnese (1468–1549), preoccupato per lo stato di abbandono e degrado in cui versavano i resti dell’edificio di Bramante, aveva concesso con motu proprio ancora al fiorentino Francesco del Nero, già tesoriere generale della Camera Apostolica al tempo di Clemente VII de’ Medici (1523–1534) e proprietario di alcuni immobili nel perimetro originario del progetto bramantesco, altre sei abitazioni ricavate nel palazzo dei Tribunali, con l’obbligo di manutenzione seguendo un “modulum in presentibus traditum”. Per garantirsi il rispetto del “modulum”, la Camera Apostolica aveva nominato un supervisore dei lavori: Iacopo Meleghino (1480–1549), alla cui morte successe Mario Maccarone.8 Dal documento si evince come siano possibili tre diverse soluzioni per la riorganizzazione delle strutture superstiti: la prima che prevedeva l’esecuzione del progetto originario dei tribunali di Giulio II; la seconda che avrebbe consentito il restauro degli edifici preesistenti e il successivo sfruttamento commerciale dell’area sia da parte di del Nero, sia – di conseguenza – della Camera Apostolica; la terza invece prevedeva l’edificazione di un non meglio identificato nuovo “palatium spectabile”.9 La concessione a del Nero viene sancita con un decreto camerale del 9 dicembre 1549.

[10] Cognato di Niccolò Macchiavelli, Francesco del Nero era un contabile e amministratore fiorentino, che curò dapprima gli interessi commerciali di Filippo Strozzi e in seguito divenne cardinale tesoriere di Clemente VII. Pur risiedendo con continuità a Firenze fino al 1517, del Nero è presente a Roma già dal 1517 al 1521, per poi risiedervi con una certa continuità dagli anni trenta del Cinquecento. Il suo nome venne accostato, da parte di una consolidata letteratura storiografica,10 alla concessione rilasciata da Leone X per collocare il primo traghetto a canapo fisso sul corso del Tevere compreso entro il circuito delle mura aureliane. Esso metteva in connessione il vicolo che costeggiava il palazzo dei Tribunali (dal lato dell’antica chiesa di S. Biagio della Pagnotta) e l’altra sponda trasteverina all’altezza della chiesa di S. Leonardo alla Lungara (fig. 3). La concessione era possibile in quanto lo stesso del Nero aveva acquisito alcune piccole residenze nel 1519 nellarea del palazzo dei Tribunali ove successivamente era stata fissata la fune per il traghetto.11

3 Il Tevere ed il traghetto che lo attraversa dal palazzo dei Tribunali a San Leonardo, particolare da Geert van Schayck, Nova urbis Romae descriptio cum omnibus viis aedificiisque […], Roma 1630

Altre residenze destinate al mercato degli affitti vennero realizzate anche dalla famiglia di Orazio Ruspoli e da Luca Martini, “capitano” originario di Firenze, che costruì piccole abitazioni al fianco della preesistente chiesetta di S. Biagio.12

[11] Del Nero, deceduto il 12 luglio 1563, lasciò agli eredi, in particolare al figlio Cecchino (Francesco junior), una lunga serie di strascichi giudiziari a seguito delle cause svoltesi sotto i pontificati di Paolo III e Giulio III, che videro coinvolti i proprietari di edifici e di altre attività commerciali che lo stesso del Nero aveva impiantato nell’area del palazzo ‘giuliesco’. Evidentemente la zona era ancora oggetto di attenzione da parte dei pontefici e della Camera Apostolica. Infatti, come osservato da Flavia Cantatore, ancora alla metà del Cinquecento le aree interne al perimetro del progetto di Bramante rimangono associate alla possibilità, che negli anni si fa sempre più labile, di una possibile ripresa della fabbrica. Gli affittuari dei nuovi casamenti, infatti, quasi sempre legati alla Curia, „chiedono conferma delle concessioni accordate (contratto di affitto, permesso di eseguire lavori) e la Camera [Apostolica], dal canto suo, si riserva sempre la possibilità di cambiare idea in proposito entro un certo tempo stabilito”.13

[12] Dopo un periodo di stasi, secondo Suzanne Butters e Pier Nicola Pagliara, un nuovo motu proprio del 30 gennaio 1556 attestava come ancora Paolo IV Carafa (1555–1559) pensava al completamento del palazzo per creare „una sede unica in cui si potessero discutere tutte le cause”.14 Che questa intenzione avesse fondamento, è testimoniato in un certo senso dall’analoga volontà manifestata da papa Pio IV de’ Medici (1559–1565), il quale proverà anch’egli a portare a termine la costruzione dei Tribunali giuliani. Per tale scopo il pontefice incaricò esplicitamente Orazio Muti, noto appaltatore edilizio e conservatore della Camera Capitolina, di riprendere il progetto e di terminarlo definitivamente.15 Una serie di contingenze politiche probabilmente contribuirono a un rapido insabbiamento dell’iniziativa di Pio IV. Le stesse contingenze che influirono anche sui successivi tentativi, falliti, di acquistare proprietà immobiliari nella medesima area, necessarie per il completamento del fascinoso rudere moderno del palazzo bramantesco. In quest’ottica sono comprensibili i reiterati tentativi di Cosimo I (1569–1574) e poi di Francesco I de’ Medici (1574–1587), granduchi di Toscana, di acquistare il palazzo per farne la residenza del cardinale Ferdinando de’ Medici (1549–1609). Tali tentativi, perpetrati invano a partire dal 1569, si infransero definitivamente il 7 maggio del 1575, quando Gregorio XIII Boncompagni (1572–1585) negò in modo risolutivo al granduca l’acquisto dei ruderi e delle case sorte sulle architetture bramantesche.16

[13] Forse non è un caso, che più o meno contemporaneamente, ancora nel 1575, i Bresciani ottengano le parti costruite del “tempio corintio” (nel frattempo divenuto teatro) originariamente previsto all’interno del perimetro del palazzo ‘giuliesco’.17 Nonostante le trattative e la vendita di parte del sito alla Compagnia bresciana, si possono ricordare altri tentativi e operazioni finanziarie programmate per l’area a testimonianza di un fascino che la costruzione imperfetta evocava a nobili, prelati romani e forestieri. Eloquente in questo senso la volontà di Sisto V Peretti (1585–1590) di far riprendere la costruzione del palazzo (18 giugno e 1 luglio 1588),18 che rimase tuttavia una mera intenzione, rilanciata però successivamente, ma senza alcun esito, anche da Clemente VIII Aldobrandini (1592–1605).19

[14] La zona, che da queste laconiche notizie risultava frammentaria e quasi dismessa,20 in realtà per una serie di iniziative ludiche, imprenditoriali e sociali era molto frequentata dai romani. Per esempio, secondo Girolamo Amati, l’area compresa tra le case di del Nero e quelle dei Ruspoli (palmi 27 x 90), nel corso del Cinquecento, venne adibita a sferisterio da Matteo dei Caravaggi, “architettore o piuttosto capomastro di quella medesima casata”.21 Il campo di gioco ospitava tornei di pallone con il bracciale (allora anche noto con il nome di “pallapugno”). Molto popolare a Roma e in tutto lo Stato Pontificio (soprattutto nelle Marche e in Romagna), il gioco era molto seguito nella penisola italiana anche a Firenze (dove aveva avuto origine), a Milano, in Liguria e in Piemonte. Il terreno da gioco ubicato nel sito dei Tribunali era costituito da una superficie piana ammattonata (e non battuta, come in altri casi coevi fuori lo Stato della Chiesa), dal perimetro rettangolare di circa 27 per 90 palmi (6 metri per 20 metri),22 delimitato su uno dei lati lunghi da un muro d’appoggio e sormontato da una rete. Allo sferisterio “de’ Banchi” (così veniva identificato quello all’interno dei resti del palazzo dei Tribunali), sufficientemente ampio per contenere giocatori, giudici e spettatori, come testimonia ancora Amati, „si accedeva tramite un andito stretto 5 palmi, che immetteva in un palco ligneo alto 9 palmi e largo 3 e mezzo”,23 con due logge per i giudici di gara all’estremità. Il campo da gioco, non a caso esemplato sugli impianti fiorentini (la cui comunità lo aveva introdotto a Roma nel corso dei Carnevali di inizio Cinquecento), era localizzato all’incirca nell’area occupata dal 1616 dalla chiesa di S. Maria del Suffragio.24

[15] Un’altra destinazione della zona era legata allo spettacolo. Sotto il pontificato di Giulio III del Monte (1550–1555) infatti le costruzioni superstiti della cappella iniziata da Bramante vennero adibite a primo teatro pubblico romano, nel quale, secondo Manfredo Tafuri, recitarono per la prima volta a Roma gli Accademici Intrepidi.25 Successivamente Gregorio XIII Boncompagni (1572–1585) consentiva la rappresentazione de Il Giudizio e la Distruzione di Gerusalemme, mentre Sisto V Peretti autorizzava i Desiosi di tenervi recite, „in cambio di elemosine a favore dei luoghi pii”.26 Non si conosce la fine di tale destinazione d’uso, argomento da indagare ulteriormente, pur se Fioravante Martinelli identifica nel 1575 la fine delle recite tenute nella cappella del palazzo.27 L’anno coincide con la fine dei lavori di trasformazione, condotti dall’architetto Domenico Fontana (1543–1607), da teatro a nuova chiesa della Compagnia dei Bresciani dedicata ai Ss. Faustino e Giovita.28 Nonostante ciò, sono diverse le testimonianze che indicano come nell’area (forse scoperta o forse all’interno di un altro sito) si continuassero a tenere spettacoli teatrali almeno sino al 1588.

[16] Un altro intervento fu il posizionamento di uno dei passi delle cosiddette barchette “traiettizie”; questi piccoli natanti consentivano ai romani di attraversare il fiume e di giungere rapidamente nel rione di Trastevere. Anche in questo caso un ruolo ancora decisivo spetta a del Nero, il quale era il concessionario dell’approdo dei traghetti che attraversavano il fiume all’altezza del vicolo del Cefalo dalla parte del rione Ponte (quindi al fianco del perimetro del palazzo dei Tribunali) sino allo spiazzo antistante alla piccola chiesa di S. Leonardo nei pressi di via della Lungara nel rione di Trastevere.29 Questo passaggio era assicurato da un traghetto che era agganciato a una cima per impedire lo slittamento della barca ad opera della corrente fluviale.30

[17] Le relazioni che del Nero intratteneva con i maggiori esponenti della vita culturale ed economica fiorentina, in particolare con Filippo Strozzi, Nicolò Macchiavelli e la cerchia di Leone X, probabilmente gli consentirono di avvicinare Leonardo, quest’ultimo in quegli anni a stretto contatto con la corte medicea a Roma. Il progettista toscano, proprio durante il suo soggiorno romano, stava anche lavorando a ingegnosi sistemi di attraversamento fluviale e a meccanismi tendifune molto simili a quelli adottati dalle barchette traiettizie romane. Anche se sono ipotesi da verificare, del Nero potrebbe aver finanziato (e lucrato poi negli anni) sull’ingegnoso sistema di traghettamento (forse) leonardesco.31

[18] Ricordiamo che al tempo esistevano solo tre ponti fissi lungo il Tevere e la moda dei traghetti fu talmente popolare al punto che, alla fine del Seicento, se ne contano almeno otto lungo il tratto urbano del fiume. Tali attraversamenti dovevano far assomigliare vagamente il Tevere al Canal Grande veneziano (fig. 4).

4 Il Tevere ed i traghetti del palazzo dei Tribunali (a sinistra) e di quello dell'Armata (a destra), particolare da Giovanni Maggi, Descriptio Urbis Romae novissima, Roma 1625

La concessione del passaggio era abbastanza rimunerativa in alcuni tratti, in altri meno. Quella di del Nero permetteva di raggiungere rapidamente Trastevere e di tagliare poi verso Borgo e S. Pietro; quindi forse la più frequentata rispetto agli altri tragitti. Evidentemente il trasporto consentiva un certo profitto poiché sono numerose le testimonianze che ci informano sulla presenza di numerosi abusivi perseguiti pesantemente dalla giustizia. Un traghettatore illegale che portava senza licenza persone da una sponda all’altra, rischiava di avere seri problemi con la magistratura capitolina. Un avviso di Roma del 3 agosto 1577 è piuttosto eloquente: „Sono stati presi alquanti barcaroli che nel Tevere traghettavano gente e saranno mandati in galera”.32

[19] Evidentemente in quegli anni il fiume aveva ripreso un ruolo centrale sia nella comunicazione e nel trasporto di persone e merci, sia per un rinnovato ruolo cerimoniale nell’Urbe. Tale mutamento, come dimostra Christoph Luitpold Frommel,33 si può facilmente individuare proprio a partire dagli anni in cui Bramante arriva a Roma, ma persiste solo per un periodo di tempo determinato, poiché si esaurirà già nella seconda metà del Cinquecento. Il conseguente effetto che produsse tale rinnovata attenzione verso il Tevere, portò alla creazione di nuovi e monumentali fronti di edifici che affacciavano direttamente sul fiume. In controtendenza, quindi, rispetto alla maggioranza dei casi in cui la facciata sul Tevere era quella secondaria (dove sovente si affacciavano i servizi), questa nuova propensione aveva contribuito a creare circoscritti ed eleganti risoluzioni, spesso inserendo logge e ambiziosi affacci verso il fiume. Un atteggiamento che venne inaugurato proprio da Bramante, con il prospetto tergale del palazzo Altoviti nei pressi del trivio di Ponte, di fronte a Castel Sant’Angelo,34 o come nel fronte verso il fiume del palazzo dei Tribunali, il quale era caratterizzato dalla presenza dell’abside della cappella dedicata a S. Biagio, che interrompeva proprio nel centro il rettilineo e regolare prospetto del palazzo, ma anche dall’abside di S. Giovanni dei Fiorentini, messa da Sansovino sopra la ripa.

[20] Dopo la trasformazione dei moderni ruderi della cappella bramantesca nella chiesa della Compagnia dei Bresciani e prima dell’intervento seicentesco di Carlo Fontana, ci troviamo di fronte quindi a una sorta di piccolo quartiere (o addirittura piccola città), il cui perimetro era alla base recintato dalle imponenti bugne bramantesche che erano state collocate in situ (fig. 5).

5 Bugne bramantesche del palazzo dei Tribunali, Roma (foto dell’autore)

Quindi, uno spazio dal perimetro rettangolare, dove si erano insediate lungo il profilo esterno, su via Giulia, due chiese (S. Maria del Suffragio, la vecchia chiesa di S. Biagio della Pagnotta) e l’Ospizio degli Armeni, mentre al suo interno la piccola chiesa dei Ss. Faustino e Giovita dei Bresciani (fig. 6), e poi abitazioni, botteghe, una calcara, un forno e una via di accesso al fiume, da cui si giungeva a un approdo attraverso cui poter prendere un traghetto che conduceva nel dirimpettaio rione di Trastevere.35 Quasi un piccolo palazzo di Diocleziano, ubicato non sulle rive adriatiche di Spalato, ma piuttosto sulle ripe del Tevere nel centro dell’Urbe.

6 Prospetto di via Giulia nel tratto del perimetro del palazzo dei Tribunali, in una incisione del primo Settecento (da Luigi Salerno, Luigi Spezzaferro e Manfredo Tafuri, Via Giulia: una utopia urbanistica del 500, Roma 1975, 324)

[21] Probabilmente la disposizione di queste chiese (ed edifici) piuttosto frammentate, ma rigidamente bloccate nel perimetro del palazzo, aveva in un certo modo rafforzato l’interesse delle varie comunità nazionali di potersi disporre lungo l’area di strada Giulia. Ricordiamo, in proposito, la presenza delle chiese e degli ospizi dei napoletani, senesi, fiorentini, bolognesi e, appunto, dei bresciani.

La chiesa e la confraternita della nazione bresciana

[22] La confraternita dei Ss. Faustino e Giovita fu fondata il 6 novembre del 1569 dai componenti della comunità bresciana di Roma, per iniziativa del cardinale Giovanni Francesco Gambara (1533–1587).36 Gli statuti furono approvati l’11 giugno 1576 da Gregorio XIII Boncompagni (1572–1585) e pubblicati nel 1594. Una data centrale per il presente studio è individuabile nel 5 maggio 1576, quando la neo-costituita confraternita acquistò le strutture murarie della cappella bramantesca, da dedicare a San Biagio, insieme con una porzione del palazzo dei Tribunali. La Compagnia pagò la cifra di 1.000 scudi ad Antonio Guidotti, successore di Giulio Segni, cui Paolo III Farnese (1534–1549) aveva ceduto una parte del sito delle strutture incomplete del palazzo. Il contratto prevedeva l’acquisto della cappella e di parte dell’edificio „in forma di torre” per costruire, nello stesso luogo, una chiesa da dedicare ai Ss. Faustino e Giovita e un oratorio per la stessa confraternita.37 L’acquisto viene stipulato per parte della Compagnia bresciana dai custodi: Stefano Parisi, Giovanni Battista Averoldi e Girolamo Franzini (1537–1596).38 Il cardinale Gambara contribuì in proprio al riadattamento. Ma come si presentava la cappella bramantesca alla sospensione dei lavori e prima della sua temporanea trasformazione in teatro, e perché i Bresciani decidono di collocare la loro chiesa in un luogo, che in apparenza era un fortilizio di interessi principalmente fiorentini, ma anche pisani e senesi? Sono dei quesiti a cui si deve cercare di trovare una spiegazione.

[23] Iniziamo dalla prima considerazione. E cioè, cosa restava della cappella bramantesca di S. Biagio, parte integrante del progetto bramantesco per il palazzo dei Tribunali voluto da Giulio II della Rovere (fig. 7).

7 Pianta del piano nobile del palazzo dei Tribunali a Roma. Galleria degli Uffizi, Firenze, inv. 136 Ar (da Christoph Luitpold Frommel, „La città come opera d’arte: Bramante e Raffaello (1500–20), in: Storia dell’architettura italiana. Il primo Cinquecento, ed. Arnaldo Bruschi, Milano 2002, 91)

Probabilmente Bramante, che poté essere libero nella scelta di un sito dal perimetro rettangolare, partì dall’organizzazione delle sale da adibire alle diverse funzioni previste per un palazzo di giustizia, disposte intorno a un cortile regolare,39 all’interno del quale, attraverso il portico del lato di fondo si accedeva alla cappella opposta all’ingresso principale, con l’abside rivolta verso il fiume. In questo contesto Bramante inserì un edificio centrico a ottagono irregolare, analogo a quello che origina il vano centrale di S. Pietro, operando su un quadrato di base di 100 x 100 palmi, cui è aggiunta una breve navata costituita da due ridotte campate rettangolari.40 Secondo Christof Thoenes, da un’analisi del foglio nella Staatliche Graphische Sammlung di Monaco di Baviera probabilmente steso da Aristotele da Sangallo (fig. 8), risulta che Bramante utilizzasse cifre intere per tutte le misure principali della costruzione. Il confronto con S. Pietro mostra così una somiglianza sorprendente con lo schema di Sangallo riproducente la chiesa dei Tribunali.