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0240 Camilla S. Fiore, Il caso di Sant'Atanasio dei greci a Roma tra universalismo riformato e liturgia greca

RIHA Journal 0240 | 30 March 2020

Il caso di Sant'Atanasio dei Greci a Roma tra universalismo riformato e liturgia greca

Camilla S. Fiore

Abstract

The essay traces the circumstances of the construction of S. Atanasio, the church of the Greeks in Rome, which was built at the behest of pope Gregory XIII Boncompagni by the architect Giacomo della Porta. Although founded with the intention of representing the universalist policies of Gregory XIII, S. Atanasio assumed its definitive identity often in contrast to the wishes of its cardinal protectors and of the pontiff himself. The singular architectural design and the interior decoration are reinterpreted here in light of new documents in which Greek-Byzantine liturgy and culture are essential reference points for the community that formed in the Greek college and for the solutions adopted in an attempt to reconcile the Greek and Latin rites.

La chiesa di S. Atanasio dei Greci: metodologia e ricerca

[1] La chiesa di S. Atanasio (fig. 1) fu edificata dall'architetto Giacomo della Porta (1532–1602) a partire dal 1581, per volontà del papa Gregorio XIII (1572–1585) che intendeva annetterla all'adiacente Collegio Greco (fig. 2). L'edificio si affaccia su via del Babbuino all'angolo con via dei Greci, in un'area che tra fine Cinque e inizio Seicento prendeva forma per i numerosi cantieri attivi tra Trinità dei Monti e piazza di Spagna.1

1 Chiesa di Sant’Atanasio, Roma, facciata, 1581–1583, architetto: Giacomo della Porta (© Bibliotheca Hertziana/ Marcello Leotta)

2 Giovanni Battista Falda, Veduta di Sant’Atanasio e del Collegio Greco, 1665 (da Giovanni Battista Falda, Il nuovo teatro delle fabriche, et edificii, in prospettiva di Roma moderna: sotto il felice pontificato di N. S. Papa Alessandro VII, 4 voll., Roma 1665–1669, vol. 3, tav. 19)

[2] Ad oggi gli studi hanno inquadrato la vicenda architettonica e decorativa di S. Atanasio nell'ambito della fondazione dei collegi orientali intrapresa da Gregorio XIII,2 risultato tangibile delle direttive emanate dal Concilio Tridentino.3 Al pari degli altri, anche il Collegio Greco infatti svolgeva primariamente una funzione evangelica e missionaria, con il fine di formare sacerdoti ed ecclesiastici destinati a tornare in patria e rieducare le popolazioni eretiche o scismatiche secondo i principi della dottrina cattolica romana. D'altro canto S. Atanasio costituisce un caso sui generis innanzitutto per il particolare momento storico in cui Gregorio XIII istituiva il collegio, a pochi anni dalla battaglia di Lepanto (1571) e sotto la minaccia turca sempre più pressante nell'area mediterranea ed in particolare nelle isole greche.4 A differenza degli altri infatti, l'istituto greco ospitava una numerosa e variegata comunità proveniente da diverse aree del sud Europa: dalle colonie in Calabria, in Sicilia, in Puglia, dalla Grecia e anche dalla attuale Ucraina (è il caso dei ruteni). Il collegio quindi ricopriva una duplice funzione, educativa e al contempo assistenziale per gli ecclesiastici o aspiranti tali in fuga dalla patria invasa. Sebbene non fondato per volontà di una comunità già stanziata nell'Urbe, il collegio diventò comunque luogo di aggregazione, all'interno del quale la comunità greca stessa si formava e diventava nel corso degli anni portavoce di una specifica identità, non sempre in sintonia con l'operato pontificio, contro cui, come vedremo in alcuni casi, volge aspre critiche.

[3] La spinta riformatrice che nella seconda metà del Cinquecento auspicava una attenta revisione nelle chiese di decorazioni e arredi liturgici in base alle predisposizioni conciliari, è stata in più occasioni trattata dagli studi in relazione alle fonti, alla committenza e infine dal punto di vista stilistico con la formazione di un linguaggio artistico universale in grado di comunicare all'intera Europa. Nel caso del Collegio dei Greci tuttavia questa spinta si incontra con la precisa volontà di diffondere la dottrina dei Padri della chiesa, in particolare quelli greci, con esiti originali e senza precedenti.

[4] Il presente contributo, risultato di una ricerca più ampia,5 prende in esame due momenti significativi della vita del collegio; il primo connotato dalla rielaborazione e interpretazione della cultura e della liturgia greca da parte di Gregorio XIII e dal suo entourage, determinante per le scelte decorative e architettoniche che ancora oggi caratterizzano la chiesa. Il secondo invece testimonia come questo 'modello' venisse recepito dalla comunità ospitata dal collegio e consente dunque di definire seppure in linea generale, quali criteri dovesse rispettare una chiesa greca tra fine Cinque e inizio Seicento. Un elemento peraltro che aiuta a fare luce su una comunità, ancora poco nota, che si differenzia dalle altre straniere, in quanto frutto di una attenta selezione, costituita prevalentemente da giovani colti e istruiti destinati a divenire portavoce di una precisa identità.

[5] Per poter ricostruire una così complessa dinamica in primo luogo quindi occorre definire il contesto storico e politico in cui avviene la fondazione del collegio, in particolare negli anni del pontificato di Gregorio XIII tra il 1572 e il 1585. In secondo luogo si intende dimostrare come le vicende costruttive e decorative di S. Atanasio dalla sua edificazione nel 1580 risultino emblematiche di questo contesto. Infine vedremo attraverso alcune testimonianze inedite la dura reazione dei greci rispetto al modello pontificio, in particolare riguardo all'impianto architettonico e liturgico, nonché alla decorazione interna.

Il Collegio Greco nella politica di Gregorio XIII

[6] Gregorio XIII nutrì un particolare interesse per l'istituzione delle chiese nazionali, oggetto di una mirata politica accentratrice.6 Parte del suo pontificato infatti fu imperniato sulla fondazione dei collegi nazionali, con particolare attenzione nei confronti di quelli orientali.

[7] Quando Ugo Boncompagni (1502–1585) fu eletto al soglio pontificio nel 1572, la terza sessione del Concilio di Trento si era chiusa da ormai un decennio. Un punto fondamentale del programma pontificio dunque consisteva nel dare seguito ai dettami conciliari attraverso un programma che aveva nell'Urbe il suo centro promotore, mirato ad estirpare le eresie in Europa e in Oriente. Il panorama era reso ancora più complesso dalla situazione scismatica che da secoli divideva la chiesa latina occidentale e quella ortodossa orientale,7 in cui rientrava quella greca e dell'antica Magna Grecia ovvero del Sud Italia. La situazione nondimeno appariva ancora recuperabile, in quanto non eretica, proprio attraverso la riforma liturgica che prevedeva di uniformare il rito greco a quello latino, per la celebrazione della messa e del battesimo, dell'eucaristia e della comunione.8

[8] In quegli stessi anni nonostante la vittoria conseguita a Lepanto, la perdita di Rodi, Cipro, Scio e delle isole cicladi costituiva una minaccia concreta, che portava i Turchi nel Mediterraneo con il conseguente esodo di molti greci in cerca di rifugio.9 Era dunque prioritario arginare la presenza turca in terra greca, in quanto avamposto strategico da mantenere sia dal punto di vista geografico che culturale.

[9] Nonostante le critiche mosse dai cardinali della Congregatio pro reformatione graecorum per la degenerazione dei costumi, i greci ricoprivano comunque un ruolo significativo nell'Europa del Cinquecento sin dall'epoca classica come ribadito nel Discorso sopra l’aiuto spirituale e ridottioni alla Grecia: dalla Grecia derivavano infatti "la politica, le leggi, la civiltà, tutti gli scritti et discipline almeno humane",10 ma soprattutto greci erano i padri e i dottori della Chiesa, autori di importanti testi sacri, prima testimonianza della cristianità e caposaldo della Chiesa occidentale.

[10] Per Gregorio XIII istituire un Collegio Greco a Roma offriva dunque la preziosa opportunità di rispondere all'imperativo avanzato nel Concilio Tridentino di distruggere le eresie e sanare le situazioni scismatiche. In questo modo il pontefice intendeva rilanciare l'immagine universale della Chiesa tramite una politica mirata ad uniformare la liturgia greca a quella latina, e al contempo fare dell'immagine riformata dei greci un modello identitario universale in cui l'Oriente cristiano poteva riconoscersi in contrapposizione all'incombente minaccia turca. Il collegio doveva formare alunni in grado di diffondere, dopo il ritorno in patria, la prima dottrina cattolica professata dai dottori greci della Chiesa tramite la divulgazione dei testi sacri e delle loro immagini.11 Per poter realizzare questo ambizioso programma il pontefice aveva dunque bisogno di ottimi conoscitori della lingua greca. In questo contesto si colloca la fondazione del collegio finalizzata a formare missionari ma soprattutto letterati, filosofi e teologi, anche laici, in grado di tradurre e interpretare la letteratura sacra e la patristica bizantina (Crisostomo, Gregorio Magno, Gregorio Nazianzeno, Basilio, Atanasio).

[11] Gregorio XIII affidò il compito di protettore e amministratore del collegio a Giulio Antonio Santori (1532–1602),12 profondo conoscitore delle comunità greche, della loro giurisdizione e tradizione liturgica. Il Santori infatti, studioso della lingua e del diritto greco, era stato cardinale titolare della cattedrale di S. Severina in Calabria e inquisitore del Santo Uffizio a Roma e a Caserta. Affiancato dai cardinali Guglielmo Sirleto (1514–1585), Giacomo Savelli (1523–1587) e Antonio Carafa (1538–1591),13 svolse il ruolo di intermediario, non solo per il Collegio e la Chiesa di S. Atanasio,14 ma anche per le altre comunità orientali presenti a Roma. È il caso di S. Girolamo degli Schiavoni, in cui il Santori non solo seguì i lavori, ma fu ispiratore del complesso programma iconografico svolto nella chiesa, incentrato sull'importanza di S. Girolamo come divulgatore e traduttore, al pari dei dottori greci.15

[12] La scelta del Santori confermava che anche il Collegio Greco rispondeva alle medesime regole imposte agli altri istituti, parte anch'esso della rete di collegi orientali fondati a Roma in età gregoriana. D'altra parte però si differenziava per alcuni elementi significativi: innanzitutto godeva di una privilegiata politica finanziaria. Pur affidandone il governo ai Gesuiti,16 come di consuetudine, il papa si adoperò per assicurare all'istituzione un cospicuo introito finanziario, attraverso l'acquisto di immobili, che garantivano la riscossione di fruttuose rendite, e annettendolo ad altre istituzioni ecclesiastiche: a partire dal 1581 all'Abbazia benedettina della Santissima Trinità di Mileto in Calabria; al vescovato di Chissano in Candia da cui ricavava ben mille scudi d'oro all'anno, e successivamente nel 1623 all'abbazia di S. Giovanni in Lauro anch'essa a Mileto.17 In questa maniera Gregorio XIII assicurava un legame diretto e costante con le comunità dell'Italia meridionale e uno scambio continuo, non solo di allievi ma anche di arredi liturgici e oggetti votivi per la celebrazione delle cerimonie ortodosse. Una politica finanziaria che privilegiava il Collegio Greco rispetto agli altri istituti orientali e paragonabile a quello degli inglesi, rinomato per la inusuale ricchezza di cui era stato dotato.18

[13] Al 1581 il Collegio Greco già possedeva un sorprendente numero di case concentrato nelle vie tra il Collegio e Trinità dei Monti, poi incrementato negli anni successivi: tre botteghe "sotto la fabbrica del Collegio", tre case in via dei Greci, quattro in via del Babbuino, nove in via della Vittoria e qualche vigna alle porte della città, oltre le corpose rendite già citate (fig. 3).19

3 Antonio Tempesta, Pianta di Roma, 1593, particolare con via del Babbuino e piazza di Spagna (© Bibliotheca Hertziana)

[14] Questo porterebbe a supporre che intorno a S. Atanasio, Gregorio XIII volesse creare un quartiere in cui i greci presenti a Roma avrebbero potuto risiedere. Dal Libro dei beni e delle rendite si evince esattamente il contrario: nessuna delle proprietà annesse al collegio era affittata a greci, come riscontrato nel caso degli inglesi con S. Tommaso di Canterbury, degli schiavoni con S. Girolamo, ma anche dei tedeschi in S. Maria dell'Anima,20 che destinavano una parte delle loro proprietà ai connazionali. Un ulteriore conferma che il collegio e la chiesa non costituissero, nelle intenzioni del pontefice, un punto di riferimento per l'intera comunità greca presente a Roma all'epoca, composta da mercanti, nobili, ecclesiastici e artisti, ma doveva dar vita ad una specifica comunità di letterati, filosofi ed eruditi, impegnati nell'attività di insegnamento, o di allievi. Per gli alunni Gregorio XIII nel 1583 acquistava diversi libri, in lingua greca e latina, destinati alla libreria che il collegio avrebbe dovuto ospitare al primo piano.21 Dell'edificio seicentesco, completamente ristrutturato nel corso del XVIII secolo, all'oggi si sapeva poco o niente. Dalle descrizioni nei registri delle proprietà e dalle incisioni di Marcantonio Ciappi e di Principio Fabrici (fig. 4)22 si evince come il collegio fosse suddiviso in tre piani e realizzato in diversi tempi. Il primo nucleo sorgeva tra il 1577 e il 1579; poi tra il 1580 e il 1581 "fu accresciuta l'habitatione con qualche fabbrica" e realizzato il guardaroba, le "cappelle o congregationi", le stanze per i padri e al secondo piano i dormitori. Nel 1584 l'edificio fu ultimato con l'aggiunta di una loggia, che si affacciava sul grande cortile interno.23

4 Veduta di Sant’Atanasio e del Collegio Greco, 1588, da Principio Fabrici, Delle allusioni, imprese, et emblemi del Sig. Principio Fabricii da Terano sopra la vita, opere, et attioni di Gregorio XIII Pontefice, Roma 1588, tav. CCI

La chiesa di S. Atanasio: spazio architettonico e liturgico tra controriforma e tradizione greca

[15] Quando nel 1579 Gregorio XIII e il Santori acquistarono dai Naro le proprietà che si affacciavano all'incrocio tra via del Babbuino e via dei Greci,24 si trovarono ad affrontare il problema di come realizzare una chiesa che soddisfacesse sia i greci che i latini. Nonostante le dimensioni fossero piuttosto esigue, S. Atanasio doveva quindi essere accessibile non solo agli alunni del collegio ma probabilmente all'intera comunità cattolica del rione.

[16] Sebbene durante il Concilio Tridentino fosse stata ribadita l'importanza di uniformare i sacramenti delle chiese orientali a quelle latine, la chiesa greca non sembrava accomunata alle altre in particolare per la volontà di Gregorio XIII di mantenere alcuni aspetti del rito greco, come primo passo verso una futura conversione, che invece non avvenne mai.25

[17] Il progetto di un edificio sacro in grado di ospitare entrambe le liturgie, e non "che pare che la chiesa si divida, o se ne facciano due, una greca e una latina",26 fu maturato quando già la fabbrica era iniziata. In un primo momento infatti la chiesa era stata concepita come un piccolo tempietto ad un solo ordine, annesso al collegio, coronato da un timpano e affiancato da due campanili, simile a quello raffigurato di Marcantonio Ciappi nel 1596 (fig. 5) e nella copertina di laurea conseguita da L. Allacci del 1610.27

5 Sant’Atanasio de’ Greci, 1596, da Marcantonio Ciappi, Compendio delle eroiche et gloriose attioni, et santa vita di Papa Gregorio XIII, Roma 1596, p. 30

Questa prima fase risale al novembre del 1580 ed evidentemente non prevedeva la possibilità di officiare entrambi i riti. L'idea di erigere una chiesa monumentale si fa strada l'anno successivo, quando il pontefice interpellò Gaspare Viviani (1579–1605), vescovo di Sitia a Creta, "et altri intelligenti di rito greco et architetti" convocandoli per consultarsi sulla chiesa e trovare una soluzione che soddisfacesse greci e latini.28 In quello stesso anno il Santori ottiene dal pontefice il consenso per acquistare un ulteriore appezzamento di terreno e ampliare la fabbrica della chiesa e dotarla di ben due absidi.29 Perchè questa decisione a lavori già incominciati?

[18] Tra gli architetti convocati da Gregorio XIII figurava Giacomo della Porta, il suo prediletto, attivo in quegli stessi anni in altri cantieri promossi dal Boncompagni, cui è attribuito il progetto definitivo (fig. 6).

6 Giacomo della Porta, Pianta della chiesa di Sant’Atanasio, 1581, 253 x 401 mm. Milano, Castello Sforzesco, Civico Gabinetto dei Disegni, inv. Racc. Sardini Martinelli 1, 10 (© Comune di Milano)

Il risultato è singolare: un impianto a croce greca allungata che termina in un triconco. Il corpo della chiesa si sviluppa maggiormente lungo l'asse longitudinale, per distanziare, anche se di poco, l'abside principale da un transetto ridotto, visto lo spazio angusto a disposizione. La decisione di dotare l’edificio di due absidi aggiuntive, due altari laterali e due piccole sacrestie consentiva l'officiazione sia del rito greco sia di quello latino. L'abside principale invece corrisponderebbe al vima, lo spazio destinato all'altare maggiore che racchiudeva il Sancta Sanctorum, separato dal corpo della chiesa dall'iconostasi.

[19] Le ragioni che indussero il pontefice a cambiare idea e ad acquistare un altro appezzamento di terreno dove poter costruire le due absidi laterali, sono a mio avviso da ricondurre al più vasto programma iconografico e decorativo sviluppato nelle coeve imprese promulgate da Gregorio XIII. Nel pieno rispetto di quanto decretato nel Concilio Tridentino, un'importante parte del progetto artistico e culturale promosso dal Boncompagni mirava alla riscoperta e alla valorizzazione del primo cristianesimo, quello di epoca medievale e appunto bizantina, esaltandone le figure più importanti.30 Il riferimento ai filosofi, ai padri e ai dottori della Chiesa diventa una costante nelle decorazioni delle imprese gregoriane, come nella omonima cappella realizzata dal Della Porta in S. Pietro, dove sugli altari figuravano un San Girolamo di Girolamo Muziano (oggi in S. Maria degli Angeli) e un San Basilio che celebra la messa, opera di Cesare Nebbia (noto soltanto grazie alla copia in mosaico di Pierre Subleyras).31

[20] La scelta di intitolare la chiesa ad Atanasio, vescovo di Alessandria, rispondeva ad un preciso significato propagandistico come spiegava lo stesso pontefice: "perché di questo santo non vi è chiesa, ma degli altri dottori vi è di S. Basilio, la cappella gregoriana di S. Gregorio Nazianzeno e di S. Giovanni Chrisostomo vi sarà l'altra all'incontro in S. Pietro".32

[21] L’intera decorazione appare connotata da questo fine al pari di un manifesto politico. Nelle cappelle laterali e nel transetto si fronteggiano le figure di Cristo e della Vergine. Gli affreschi nelle cappelle furono realizzate tra il 1584 e il 1585 dal fiorentino Francesco Traballesi con il Cristo tra i dottori e l'Annunciazione (figg. 7-8);33 l’artista, negli stessi anni, lavorò anche all'iconostasi, oggi sostituita da quella ottocentesca.34

7 Francesco Traballesi, Annunciazione, 1584–1585, affresco. Roma, chiesa di Sant’Atanasio (© Bibliotheca Hertziana/ Enrico Fontolan)

8 Francesco Traballesi, Cristo tra i dottori, 1584–1585, affresco. Roma, chiesa di Sant’Atanasio (© Bibliotheca Hertziana/ Enrico Fontolan)

Il Cavalier d'Arpino eseguì tra il 1588 e il 1591 le tele con la Crocifissione e l'Incoronazione della Vergine nel transetto (figg. 9-10).35

9 Giuseppe Cesari detto il Cavalier d’Arpino, Incoronazione della Vergine, 1588–1591, affresco. Roma, chiesa di Sant’Atanasio (© Bibliotheca Hertziana/ Enrico Fontolan)

10 Giuseppe Cesari detto il Cavalier d’Arpino, Crocifissione, 1588–1591, affresco. Roma, chiesa di Sant’Atanasio (© Bibliotheca Hertziana/ Enrico Fontolan)

[22] Anche la decorazione interna era stata concepita con intento unitario e ancora una volta allusivo alla continuità tra il culto bizantino e quello latino. Gli affreschi vanno infatti rapportati ai dipinti che ricoprivano l'iconostasi lignea, appena visibile nell’ incisione di fine Sei-, primo Settecento conservata presso il Collegio Greco.36 In una seconda stampa incisa da Vincenzo Pasqualoni nel 1733, che illustra il vescovo greco mentre nella solenne messa invoca sui fedeli le benedizioni divine, questi dipinti sono meglio riconoscibili:37 ai lati dei tre fornici dell'iconostasi che si aprivano sull'altare maggiore, erano rappresentati in due riquadri sormontati da timpani S. Giovanni Battista e La Vergine con il bambino; al di sopra delle due aperture laterali erano raffigurati a mezzo busto i quattro dottori della Chiesa (figg. 11-12).