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0243 Giulia Iseppi, Il volto di Bologna. Immagini, tradizioni e luoghi di una nazione a Roma

RIHA Journal 0243 | 30 March 2020

Il volto di Bologna

Immagini, tradizioni e luoghi di una nazione a Roma

Giulia Iseppi

Abstract

This paper aims to define the role of the Bolognese 'nation' in sixteenth- and seventeenth-century Rome. The church of Saints John the Evangelist and Petronius, built in 1576 under the Bolognese Pope Gregory XIII, represents the first instance of this congregation's architectural presence in the Eternal City. The community began defining its unique character through a specific figurative language, stimulated by the need to express its own spirituality and local culture as well as to celebrate the role played by a number of famous Bolognese citizens within the congregation and in the Roman Curia. A detailed analysis of the decorative and liturgical programme of this church, as well as archival research in various Bolognese and Roman institutions shed light on the religious, social and artistic practices through which this 'nation' aimed to express its identity.


[1] Nell'ambito degli studi sulle confraternite nazionali romane si presenta sinora quasi inosservata la vicenda dei Bolognesi e della loro chiesa dedicata ai Santi Giovanni Evangelista e Petronio, sede della confraternita che dal 1576 ha riunito i cittadini felsinei residenti a Roma. La scarsa attenzione critica riservata a questa comunità, a fronte degli studi già condotti su altre presenze nazionali nell’Urbe, è anomala per una città notoriamente legata a Roma nelle sue manifestazioni politiche, culturali e religiose, seconda nello Stato Pontificio solo alla capitale e protagonista della scena internazionale del Cinquecento. In varie occasioni il dibattito critico ha ripercorso gli appuntamenti religiosi e mondani che per tutto il XVI secolo hanno spostato il baricentro politico dell'Italia verso Nord.1 Questo silenzio sulla nazione bolognese di Roma rispecchia i tratti di una storiografia romana che, fin dalle più antiche guide sei/settecentesche,2 ha riportato in maniera sonnolenta e ripetitiva poche e semplici note sulla chiesa, che ha il suo civico in via del Mascherone (Fig. 1); tale sintesi rimane inalterata e priva di approfondimenti anche negli studi di storia dell'urbanistica romana del Novecento.3

1 Santi Giovanni Evangelista e Petronio dei Bolognesi, Roma, 1576, esterno da via del Mascherone (foto: autrice)

[2] All'inizio del secolo scorso la chiesa e la confraternita bolognese vengono presentate con laconiche parole da Oreste Tencajoli come realtà "inavvertita" e "modesta",4 contenitore di pochi elementi di valore messi in luce dai primi studi sulle chiese nazionali,5 sulla scorta delle Notizie istoriche delle chiese di S. Maria in Iulia, di S. Giovanni Calibita dell'Isola Licaonia e di S. Tommaso degli Spagnuoli o della Catena detta poi de' SS. Gio. e Petronio dei Bolognesi […], raccolte nel 1823 dall'abate erudito Francesco Girolamo Cancellieri (Roma, 1751–1826). Lo studioso, che costruisce la sua relazione storica con l'ausilio di alcune carte d'archivio della confraternita, allora ancora conservato in chiesa, dà alle stampe il primo tentativo di studio monografico sulla realtà bolognese, che rimane tuttora un testo di sostanza storica e terreno di utile confronto per gli studi moderni. Recentemente sono infatti apparsi alcuni interventi puntuali, focalizzati sui progetti architettonici di Ottaviano Mascherino (Bologna 1536 – Roma 1606)6 e sulla vicenda della pala che ornava l'altare maggiore, opera di Domenico Zampieri, il Domenichino (Bologna 1581 – Napoli 1641).7 Questi formulano premesse fondamentali per avviare uno studio omogeneo, qui introdotto, che affronti in maniera sistematica il nodo critico della formazione della confraternita, il particolare carattere associazionistico, singolo e/o familiare, dei bolognesi e i meccanismi identitari che trovano una loro peculiare espressione sotto il profilo storico-artistico, per ricomporre un contesto di notevole interesse per i rapporti fra Bologna e Roma in età moderna. Una lettura più analitica di tale vicenda prende corpo grazie anche allo spoglio, tuttora in corso, dell'archivio della confraternita (Roma, Archivio Storico del Vicariato), di cui si sono recentemente analizzate le fasi di formazione e dispersione,8 vittima di una fuga di documenti fra Otto e Novecento per cui oggi si presenta parzialmente mutilo nella sua sezione più antica. Tale patrimonio costituisce materia preliminare per individuare quegli elementi sociali, artistici e liturgici che hanno contribuito a dare ai Bolognesi l'identità di 'nazione' presente a Roma a partire dal tardo Rinascimento.

[3] Grazie ai Capitoli stipulati tra Bologna e Nicolò V (1447), che segnano una tregua nella lotta fra libero Comune e Chiesa romana e offrono l'opportunità di mandare un ambasciatore stabile presso la curia pontificia, la quantità di cittadini felsinei residenti a Roma a vario titolo inizia ad aumentare.9 Ma le prime notizie riguardo a una comunità unificata sotto l'insegna di Bologna sono solo del 1575, anno in cui la necessità di sottolineare un'appartenenza diventa più urgente per accogliere gli "infiniti cittadini et gentil'huomini bolognesi"10 che scendevano dall'Emilia in occasione del Giubileo voluto da Gregorio XIII, il concittadino Ugo Boncompagni (1572–1585). Il cronista Domenico Maria Galeati (Bologna 1704–1796) nel suo Diario manoscritto informa che "La compagnia del Corpo di Cristo di S. Pietro al numero di 160 […] giunti a Roma alloggiarono alla compagnia di San Giovanni de' Bolognesi, dalla quale ebbero sette pasti".11 In quell'anno i Bolognesi risultano dunque già in grado di accogliere pellegrini, stanziati nella chiesa e ospedale di San Giovanni Calibita sull'Isola Tiberina, dopo che le monache benedettine erano state obbligate da papa Boncompagni a unirsi alle consorelle nella chiesa di Sant'Anna dei Funari già dal 1573.

[4] Lo stesso pontefice era poi intervenuto nel settembre 1575 istituendo formalmente l'arciconfraternita bolognese, che rimase sull'isola solo dieci anni, per poi trasferirsi in modo definitivo in via del Mascherone, cedendo nel 1584 chiesa e monastero all'Ordine ospedaliero di San Giovanni di Dio popolarmente detto Fatebenefratelli. La documentazione conservata presso l'archivio della Curia Generalizia dei Fatebenefratelli permette di precisare questi movimenti, colmando in parte la perdita della sezione cinquecentesca dell'archivio bolognese. In essa si conserva un fascicolo con alcune copie dei due strumenti d'acquisto del Calibita da parte dell'ordine e le trattative con i Bolognesi (1584 e 1588).12 Accanto ai rogiti compare una Memoria della compera fatta del locale di San Giovanni Calibita di Roma non datata ma firmata da Diego de la Cruz, personaggio di spicco dell'ordine, il cui nome compare in cima alla lista dei firmatari della compera, ma soprattutto è nell'elenco dei fondatori dell'ospedale romano.13 Vi si leggono minuziosi passaggi di denaro fra i Bolognesi e le monache, per arrivare all'atto con cui l'ordine di San Giovanni riscatta il debito contratto dai Bolognesi, che non erano riusciti a pagare l'intera somma alle benedettine (2700 scudi), rilevando chiesa e ospedale. Il manoscritto, redatto da uno dei protagonisti dello scambio fra Bolognesi e frati spagnoli,assume dunque il valore di testimonianza oculare, dando sostanza documentaria alle cronache già note e rinnovata certezza nella ricostruzione delle vicende iniziali della confraternita.

[5] La congiuntura politica e culturale, già da più parti analizzata, le è particolarmente favorevole: Ugo Boncompagni aveva collocato Bologna in netto predominio nell'attualità politica ed ecclesiastica dello Stato Pontificio, attraverso l'opera a quattro mani dei cardinali nipoti Filippo Boncompagni e Filippo Guastavillani14 e il coinvolgimento nell'amministrazione papale di illustri bolognesi. Se fin dall'alto Medioevo l'immagine di Bologna in Europa si incarnava nella fama dello Studium, dopo il Concilio di Trento la città era stata rilanciata dal vescovo Gabriele Paleotti (Bologna 1522– Roma 1597), che ne aveva fatto un modello di pastorale riformata.15 A partire dall'elezione di Boncompagni la corte papale elargisce inoltre committenze volte ad assicurarsi l'opera dei più interessanti artisti bolognesi allora operanti in Roma.16 L'apoteosi figurativa di questo processo è la decorazione della Sala Bologna nel Palazzo Apostolico, dove le proporzioni grandiose per la prima volta dedicate a una decorazione cartografica esplicitano la volontà di celebrare la città natale nello spazio esclusivo della nuova residenza (Fig. 2).

2 Lorenzo Sabatini, Egnazio Danti et al., Icnoscenografia della città di Bologna, 1575, Sala Bologna, Palazzo Apostolico, Città del Vaticano (ripr. da: Barock im Vatikan. Kunst und Kultur im Rom der Päpste. 1572–1676, a cura di Jutta Frings, Lipsia 2005, 186)

Nelle piante della città e del contado affrescate e negli eventi di storia locale riportati sulle pareti prende corpo la gloria della città e dell'università in cui lo stesso Gregorio aveva studiato e da cui aveva avviato la sua ascesa, confermando un programma pontificio volto ad esaltare il primato di Bologna e del suo territorio sulle altre città italiane.17

[6] Sulla scia di questa campanilistica visione del potere non è fuori luogo pensare che la confraternita si debba inserire nel medesimo processo di esaltazione monumentale, dove la cura e il sostentamento di una fabbrica prestigiosa avrebbero potuto innalzare l'immagine della Chiesa bolognese sulle altre nazioni. Stride tuttaviail contrasto fra la celebrazione della città di Bologna dentro le mura del palazzo vaticano e l'indifferenza pontificia per la chiesa dei connazionali. Non risulta infatti dagli studi fin qui condotti che il papa o i cardinali nipoti siano intervenuti con riconoscimenti ufficiali o con atti di omaggio. Furono i Bolognesi stessi a erigere il loro sodalizio nel 1575, in una circostanza di isolamento nota a Cancellieri quando scrive che "supplicarono Gregorio XIII, che da principio li approvò soltanto, vivae vocis oraculo, ad approvarla ancora"18 come risulta dalla lettera apostolica dell'anno successivo.19 La Memoria stesa da Diego de la Cruz conferma l'impressione che nei suoi primi anni di vita la compagnia si trovi in una condizione di indigenza economica, per cui il contratto con le monache non viene onorato e gran parte del debito viene coperto dall'intervento dei Fatebenefratelli.

[7] Nel 1584 la confraternita viene quindi spostata dal Tevere al Rione Regola, presso la chiesa di San Tommaso degli Spagnoli (detta anche della Catena) in via del Mascherone, sorta nel Trecento e officiata da frati spagnoli.20 Il contesto urbano individuato limita fortemente l'espansione della chiesa che, costretta nell'isolato in angolo con via Giulia, si scontra con la mole massiccia di Palazzo Farnese, privandosi di respiro spaziale e scenografico, secondo un'assegnazione che non prevede fin dall'inizio un progetto di proporzioni analoghe alle maestose chiese di confraternite vicine, fra cui Fiorentini e Senesi (Fig. 3).

3 Giovanni Battista Falda, Nuova pianta et alzata della città di Roma, 1676, particolare della chiesa dei Bolognesi, isolato davanti a palazzo Farnese

[8] Eloquenti in questo senso si dimostrano i progetti di Ottaviano Mascherino (1536–1606) che, divenuto architetto di fiducia della corte pontificia, fu probabilmente inviato dal papa stesso, forse per intercessione dei nipoti, che intrattenevano con l'artista frequenti rapporti di committenza:21 i Bolognesi videro nei suoi disegni un fare poco ambizioso, che li spinse ad autofinanziarsi per ottenere un edificio più maestoso, grazie adonazioni che fecero alcuni concittadini, peraltro molto vicini a Boncompagni, come Ludovico Bianchetti, suo maestro di Camera, e suo fratello Lorenzo, auditore di Rota.22 La sostanziale indifferenza di Gregorio per le vicende della chiesa è infine suggellata dall'assenza eloquente della fabbrica sia nei rendiconti degli architetti pontifici23 sia nell'elenco redatto dal biografo pontificio Marcantonio Ciappi nel Compendio delle heroiche et gloriose attioni, et santa vita di Papa Gregorio XIII (Roma 1596): l'unica menzione, dedicata alla confraternita e non alla chiesa, viene inserita nel capitolo sui "Benefici" dati alla città di Bologna, in calce all'elenco di gentiluomini o istituzioni che hanno goduto dei privilegi papali. A questo si aggiungono molte memorie ritrovate in archivio, che ignorano il nome del pontefice a fronte del lungo elenco di esponenti della nobiltà bolognese che lasciarono i loro averi in eredità alla confraternita, fra cui, solo fra Cinque e Seicento, Galeazzo Grassi (1576), Vincenzo Bolognetti (1581), Terenzio Machiavelli (1620), Domenico Grati (1625),24 oltre agli "81 benefattori" ricordati da Cancellieri, fra cui spicca il nome di Gabriele Paleotti.25

[9] I diversi indirizzi degli attori bolognesi presenti sulla scena romana individuano la complessità di un problema, quello del contesto di fondazione del sodalizio, che appare segnato da azioni e volontà differenti, non iscritte in un disegno coerente. Tuttavia alcuni fattori, sinora trascurati, tendono a rivalutare il quadro d'insieme, inserendo tali posizioni in una logica generale più stringente. La prima voce eloquente viene dalla Bulla papale che ufficializza la confraternita (1576): in quell'occasione Gregorio XIII le assegnò di fatto il patronato di San Giovanni Evangelista, più precisamente quello di San Giovanni a Porta Latina (Fig. 4).26 Tale scelta, che accompagna la nascita del sodalizio in territorio romano, esaudirebbe secondo le fonti coeve un desiderio nutrito dagli stessi Bolognesi di rivitalizzare la chiesa omonima sul colle poco distante dal Laterano, che attraversava in quegli anni un periodo di povertà liturgica.

4 San Giovanni a Porta Latina, Roma, esterno (foto: Wikimedia Commons)

Pompilio Totti, nel suo Ritratto di Roma moderna (Roma 1638), non ha dubbi:

Parve poi ai Bolognesi di rinovare in questa loro chiesa la memoria d'alcun'altra di Roma non tanto frequentata, e che fosse delle più antiche, e tale giudicarono quella di San Giovanni dinnanzi di Porta Latina, che non s'apre se non il giorno della stazione quadragesimale, e della sua festa a' 6 di Maggio.27

[10] I Bolognesi e il papa avrebbero dunque volutamente ignorato la tradizione secolare di San Petronio, patrono dei Bolognesi fin dal XII secolo, la cui aura in città negli anni Settanta del Cinquecento era assai viva e si incarnava nel dibattito per il completamento della facciata della basilica a lui dedicata, per la quale proprio dal '70 al '78 giunsero gli illustri progetti di Domenico Tibaldi, Francesco Morandi detto il Terribilia e Andrea Palladio, in un dialogo che superava i confini del capoluogo felsineo (Fig. 5).

5 Francesco Morandi detto il Terribilia e Andrea Palladio, Progetto per la facciata di San Petronio, 1572. Museo della Basilica di San Petronio, Bologna, inv. 9 (ripr. da: La basilica incompiuta, cat. mostra Bologna, a cura di Marzia Faietti e Massimo Medica, Ferrara 2001, 112)

[11] Per la stessa basilica uno degli uomini più vicini a papa Boncompagni, il matematico perugino Egnazio Danti (1536–1586), progettista delle carte per la Sala Bologna, stava rifinendo nel 1575 una vistosa meridiana.28 Il titolo petroniano manca in effetti nei più antichi Statuti dell'Arciconfraternita (1636),29 e in tutti gli inventari dei beni della chiesa ritrovati in archivio datati 1624 e 1629, mentre compare per la prima volta in quello del 1689,30 portando a pensare che tale patronato sia stato aggiunto tra la prima e la seconda metà del secolo. I Bolognesi avrebbero quindi scelto di legarsi al più antico patriarcato romano, San Giovanni in Laterano, con un riferimento evidente ai luoghi tradizionalmente legati alla presenza del santo in città, la cattedrale di Roma e la chiesa a Porta Latina con il vicino tempietto di San Giovanni in Oleo, eretto sul luogo dove il santo avrebbe subito il martirio nell'olio bollente, un'immagine che doveva essere presente, a detta di Cancellieri, nelle loro insegne "sopra sacchi bianchi".31

[12] Questo gesto di denominazione sembrerebbe essere, tuttavia, più che una scelta autonoma da parte dei Bolognesi un riferimento evidente a un tema caro a papa Gregorio XIII, che trova terreno fertile di applicazione durante il Giubileo del 1575. Numerosi interventi hanno messo in luce come il pontefice intendesse infatti rilanciare l'immagine della Chiesa del tardo Rinascimento in una forte continuità con la prima Chiesa di Costantino, nel tentativo di ricomporre la frammentazione del mondo cristiano per l'Europa uscita dal Concilio di Trento.32 Ripercorrendo la storia del papato, Boncompagni volle ricucire il legame fra l’antica basilica paleocristiana e l’attuale sede vaticana, secondo un disegno teologico-politico che viene divulgato in quell'anno con mezzi di forte immediatezza visiva.

[13] La nota stampa diGiovanni Battista dei Cavalieri (Fig. 6) ritrae l'inaugurazione dell’Anno Santo con un focus sulla basilica di San Pietro con davanti l'inequivocabile porticus costantinianum.

6 Giovanni Battista De’ Cavalieri, L’apertura della Porta Santa, 1575. The British Museum, Department of Prints and Drawings, Londra (foto © Trustees of the British Museum)

Altrettanto incisiva risulta la stampa divulgata da Pietro de’ Nobili, tratta dall'invenzione di Antoine Lafréry, che pubblicizza il pellegrinaggio alle Sette Chiese (Fig. 7), rivitalizzato già da alcuni decenni da Filippo Neri, con al centro la basilica di San Giovanni in Laterano, fondata da Costantino stesso, che diventa perno visivo della raffigurazione attorno alla quale ruotano le altre sei basiliche, e fulcro spirituale del cammino liturgico.

7 Giovanni Ambrogio Brambilla (attribuito, da Antoine Lafréry), Le sette chiese di Roma, 1575, incisione e acquaforte, 39,7 x 50,9 cm. The Metropolitan Museum of Art, Department of Drawings and Prints, New York, inv. 41.72 (1.12), Rogers Fund, Transferred from the Library, 1941 (foto CC0 1.0)

In funzione della basilica patriarcale il papa aveva ripensato l'intero assetto urbanistico della città, e con l'inaugurazione nel 1575 di un nuovo altare dedicato al SS. Sacramento e la centralizzazione del battistero per i nuovi catecumeni, l'aveva posta al centro delle celebrazioni giubilari. In quest'immagine di Roma post-tridentina, che guarda alla sua storia paleocristiana e ne fa il vessillo di una nuova moderna cristianità, non sorprende che Gregorio presenti la nazione bolognese conil nome del santo legato alla cattedrale costantiniana, mentre non convince l'ipotesi che i Bolognesi adottino quel nome autonomamente. Le severe norme di condotta emanate da Gabriele Paleotti a Bologna per quell'Anno Santo, pubblicate nell'Episcopale Bononiensis, ordinano in più punti ai pellegrini diretti verso Roma, la "compagnia dei bolognesi" divisa in confraternite, di attestare la propria provenienza comune portando un gonfalone raffigurante san Petronio "uniforme a tutti" e uno scudetto addosso con l'immagine del patrono.33 Anche uno dei primi storici che ricorda la venuta dei Bolognesi, Camillo Fanucci,riporta l'insolita denominazione che avrebbe scelto la confraternita, ma poi si sofferma sulla festività di san Petronio da loro celebrata, dilungandosi sulla biografia del santo vescovo.34

[14] È possibile perciò che il paradosso di cui la comunità bolognese a Roma è rimasta vittima, ovvero la mancanza di un palcoscenico adeguato ad esibire i propri contenuti culturali, artistici e liturgici in un periodo di grande forza politica e sociale per la sua città, possa spiegarsi in quella che fin dall'inizio sembra essere una dissociazione identitaria. Da un lato Gregorio XIII sembra ricondurre con forza la confraternita entro un indirizzo romanizzante, ponendola sotto l'auspicio dell'Evangelista, patrono di una novella chiesa costantiniana al centro della politica religiosa papale. In questo senso si può riconsiderare anche la collocazione fisica della chiesa, che non a caso appare inserita nell'orbita dei luoghi di Filippo Neri, che a pochissimi metri dirigeva l'oratorio di San Girolamo della Carità.35 L'isolato attorno a Piazza Farnese, fra il Tevere e la futura Chiesa Nuova della Vallicella, era divenuto il "quartier generale" della spiritualità filippina, attorno al quale gravitavano uomini illustri di lettere, scienze e arti, impegnata anch'essa nel recupero della tradizione di una Chiesa primitiva, centrato su una nuova immagine di Roma.36 La chiesa dei bolognesi veniva dunque inserita all'interno del recinto di quella che fin dalla fine del Concilio di Trento appare la più potente realtà di rinnovamento spirituale della città dove le classi subalterne, l'universo dei pellegrini e la liturgia quotidiana sono il perno attorno al quale ruota l'azione di san Filippo.

[15] Si fa strada l'ipotesi che la confraternita, formatasi spontaneamente e votata alle opere assistenziali e al pellegrinaggio, non rientrasse nello specifico bisogno di affermazione di Boncompagni, mirato a consolidare un prestigio personale presso le alte cariche bolognesi, che prima della sua elezione la famiglia, di recente ingresso nella nobiltà, non possedeva, secondo un disegno che prende forma nella Sala Bologna, nel cuore del potere curiale romano. La frase di Marcantonio Ciappi, che sottolinea come il papa "sopra tutto volle che nella città di Roma havesse la sua Natione Bolognese particolare preminenza conforme alla sua nobiltà,"37 che non trovava finora un riscontro comprensibile nell'analisi dei fatti, si traduce, nell'ottica della sua politica, in un'intitolazione onorifica e nella protezione di Filippo Neri, animatore di un pellegrinaggio che lo stesso Gregorio sosteneva e frequentava. Nasce così una realtà spirituale che traeva forza e mezzi non da un aiuto istituzionale ma dall'operosità popolare, dall'interno di un'esperienza assistenziale tutta romana. D'altro lato emerge, con potenza di immagini, la volontà da parte della comunità stessa dei Bolognesi di riallacciarsi alla devozione locale, affiancando il titolo di San Petronio e spostando, o meglio riequilibrando l'asse identitario verso Bologna. Come noto, fin dall'età comunale la figura di Petronio era stata rielaborata in funzione di un nuovo patronato, come potente simbolo dell'identità bolognese in quanto collante fra le varie istituzioni locali (Chiesa, Comune, Università) e garante dell'autonomia comunale contro ingerenze politiche esterne.38 Il suo culto civico si era consolidato nei secoli perché assunto a baluardo della libertà bolognese scelto dalla cittadinanza stessa, come pater che rispecchia le aspirazioni di un popolo divenuto cosciente della sua dignità e autonomia, con un sentire che prende forma nell'imponente basilica cittadina. Con una singolare ripetizione storica si verifica, in tardo Rinascimento, ciò che era già avvenuto nel tardo Medioevo: la presenza di un'autorità ecclesiale costantiniana, allora incarnata nella cattedrale bolognese di San Pietro, intitolazione romana e pontificia, a cui il popolo (ora i fondatori della confraternita) ha voluto affiancare l'impronta petroniana.39 La compresenza dei due santi era visibile sull'altare maggiore della chiesa nella pala che Domenichino esegue a partire dal 1625 (Fig. 8), rimasta in loco fino alle requisizioni napoleoniche: la figura di san Petronio è ritratta accanto a quella di san Giovanni molto prima che la chiesa assuma il doppio nome (la pala risulta conclusa nel 1629), dettaglio che in questo contesto assume un rilievo ancora più specifico.

8 Domenico Zampieri (Il Domenichino), Madonna col Bambino e i santi Giovanni Evangelista e Petronio, 1625–1629, olio su tela. Roma, Galleria Nazionale d’Arte Antica in Palazzo Barberini (foto © Soprintendenza Speciale per il PSAE e per il Polo Museale della Città di Roma)

[16] Rossella Vodret, che ne ha compiuto una prima puntuale analisi, ha peraltro messo in luce come lo stile e l'iconografia del dipinto contribuiscano ad esaltare la componente bolognese-emiliana della pittura di Domenichino: dai ricordi iconografici della scuola di Annibale Carracci e Guido Reni (in particolare nello studio del gruppo della Vergine) alla presenza degli strumenti musicali, riferimento alla tradizione della cappella di San Petronio, attraverso una sintesi cromatica che tiene conto delle teorie sulla prospettiva del colore del cesenate Matteo Zaccolini, arrivando a una costruzione sintattica che ha il suo fulcro compositivo ed emotivo nello sguardo della Madonna e del Bambino rivolti solo verso il santo bolognese,40 in un insieme che rende la pala un'icona della "bolognesità" trapiantata in Roma. È noto che per l'esecuzione dell'opera la scelta da parte della compagnia ricadde sul Domenichino, che si era offerto subito di eseguirla, solo dopo un consulto con Giovan Battista Agucchi (Bologna 1570– San Salvatore 1632), all'epoca nunzio a Venezia, con il quale intrattenne stretti rapporti di amicizia e committenza.41 Il ruolo di Agucchi per la confraternita bolognese attende ancora di essere messo in luce, ma una prima ricognizione fra gli inventari lo configura in quegli anni come Governatore, ovvero responsabile legale della compagnia e detentore del registro dei mandati. Nell'inventario del Febbraio 1624, redatto in sua presenza, sono elencate quattro serie di paliotti di damasco guarniti di seta e quattro pianete "con frangia e trina d'oro", secondo i colori dei tempi liturgici, destinati a ricoprire i tre altari della chiesa con "impressa l'arme di Mons[ignore] Agucchi"; in sagrestia, armadi di diverse altezze "fatti fare da Mon[signo]re G[iovan] Batt[ist]a Aguchio Ill[ustrissi]mo Gov[ernato]re", e "banconi per sedere li prelati in chiesa donati da Mon[signore] Aguchio".42 A una prima lettura sembra dunque che Giovanni Battista Agucchi non abbia esaurito il suo impegno in un ausilio morale ma si sia concretamente speso in donazioni di arredi atti al funzionamento liturgico quotidiano, con una tipologia di dono, espressione di protezione, che sarà prerogativa solo di alcuni grandi esponenti del patriziato bolognese, fra cui un secolo dopo papa Benedetto XIV, il bolognese Prospero Lambertini (1750).43

[17] La qualità del legame che il sodalizio matura nei confronti della figura di san Petronio, e che prende corpo nella pala del Domenichino, riflette dunque il bisogno da parte dei Bolognesi di presentarsi a Roma uniti sotto un culto che aveva valenza civile prima ancora che religiosa. Questa esigenza verrà poi confermata dalle successive dedicazioni. La ricognizione negli inventari ha permesso una prima parziale ricostruzione dell'assetto pittorico della chiesa, che fino alla fine del Settecento si presenta estremamente mutevole. Ad esso bisogna ricondurre, in primo luogo, la versione su tela della Beata Vergine di San Luca, replica moderna dell'icona del XIII secolo venerata nell'omonimo santuario di Bologna. Gli inventari citano un dipinto con questo soggetto sull'altare dell'oratorio (oggi distrutto) almeno fino alla fine del Seicento, arricchito da un frontale in legno argentato e da una corona di fiori in "seta di Bologna", secondo una consuetudine che contraddistingue le immagini mariane del bolognese e delle diocesi suffraganee di Imola e Faenza, volta a rafforzarne il legame visivo e cultuale.44 Fra XVII e XVIII secolo la compagnia sceglie di valorizzare tale devozione, posizionando una nuova versione del dipinto come sottoquadro alla pala di Santa Caterina tuttora in chiesa.45 L'esemplare qui pubblicato (Fig. 9) è con ogni probabilità la "madonna di san Luca di 3 palmi che serve da porre in strada sopra la porta di chiesa durante le rogazioni",46 motivo per il quale si presenta visibilmente scurito dagli agenti atmosferici.

[18] Esso denuncia analogie iconografiche e stilistiche con alcune copie "metabolizzate" dell'icona circolanti a Bologna nella prima metà del Seicento, provenienti dalle botteghe di Ludovico Carracci (Fig. 10) e Guido Reni (Fig. 11).

9 Pittore romano del XVII secolo, Madonna di San Luca, tecnica mista su tela (cornice e fioriera, XIX secolo). Santi Giovanni Evangelista e Petronio, Roma, oratorio (foto © Bibliotheca Hertziana/ Gabriele Fichera)

10 Ludovico Carracci (attr.), Madonna di San Luca, 1600/1610, olio su tela. Pinacoteca Nazionale, Bologna (foto © Soprintendenza per il patrimonio storico, artistico ed etnoantropologico, Bologna)